domenica 8 novembre 2009

Lettera di Ciccio Cirigliano (PRC Lucania) sul Muro di Berlino -(26-12-2008)






Lettera di Ciccio Cirigliano (PRC Lucania) sul Muro di Berlino
Cara Liberazione, Caro Gaetano,

ancora una volta si tenta la strada della travisazione, della mistificazione e delle allusioni per inquinare un dibattito su una vicenda che potrebbe, al contrario, vederci tutti impegnati nel rilancio di un orizzonte strategico comune: quello che attraverso la parola ‘rivoluzione’ chiamavamo orizzonte anticapitalista. Ovviamente mi riferisco al dibattito aperto da Simone Oggionni su Liberazione di qualche giorno fa e proseguito con la lettera – pubblicata oggi sempre da Liberazione – di Gaetano Cataldo.
Quando parliamo di muro di Berlino parliamo degli albori della mia militanza politica: mi ero appena avvicinato alla sezione del Pci del mio paese (un piccolo paese della ultra periferia lucana) e di lì a poco si sarebbe aperta quella che passò alla storia come ‘la cosa’ di Occhetto.
Albori della mia militanza (avevo 16 anni) ma non della mia scelta: quella l’avevo compiuta già da qualche anno, quando vedevo mia madre bracciante agricola svegliarsi alle due del mattino per arrivare a Policoro alle sei e tornare la sera alle cinque dopo una giornata intera piegata a raccogliere fragole, arance e quant’altro; l’avevo fatta quando vedevo mio padre svegliarsi alle cinque per essere sul cantiere alle sette… ma soprattutto quando vedevo mia sorella a 11 anni (5 anni più grande di me) svegliarsi alle sei del mattino, pulire casa (11 anni) e preparare il latte per entrambi e poi via a scuola (io per 1 anno e mia sorella per 5 anni a scuola ci arrivavamo a piedi, perché l’allora democrazia cristiana che amministrava il mio paese non riteneva la nostra contrada degna di attenzione). Tutto questo accadeva non nell’immediato Secondo dopoguerra, ma all’inizio degli anni ’80, in quella parte di mondo che si chiama Mezzogiorno e che Gaetano (più di Simone) conosce bene.
Ma forse vedere e vivere queste cose non sarebbe stato sufficiente a dare contezza di quella scelta… e ogni volta che ricordo quel periodo, penso alla vergogna che provavamo io e mia sorella a dire in classe ai nostri compagni di scuola che non avevamo il bagno in casa, omettendo di dire che questo accadeva perché i nostri genitori votavano Pci e che il sindaco (democristiano, manco a dirlo) non aveva autorizzato mio padre e i suoi fratelli a costruire la fossa biologica (di fognature manco a parlarne)… ricordo il pudore e la vergogna… e ricordo un maestro, anche lui comunista come nostro padre e nostra madre, che portava sulla giacca una piccola spilletta sulla quale era ritratto il profilo di un signore un po’ accigliato, quasi calvo, con pizzetto incorniciato da una stella rossa.
Un profilo che infondeva in me quasi paura, e molto poco consono alla gentilezza e alle premure di quel maestro, che dal secondo anno delle mie scuole elementari e fino alla quinta, vedevo arrivare agli inizi di settembre a casa con una cartella nuova: quella sarebbe diventata la MIA cartella. Un giorno presi coraggio e, in una delle visite che lui faceva a mio padre e mia madre, gli chiesi perché si ostinasse a portare quella spilletta raffigurante un profilo così severo. Lui cominciò a parlarmi di Lenin, della rivoluzione di ottobre, dell’ingresso nella Storia (quella con la ‘S’ grande, quella degli storici) della classe operaia; mi parlò della idea di giustizia e dell’idea di una democrazia reale; mi parlò dei soviet, dei bolscevichi (come mi suonava strana la fonetica di quel nome)… e con il tempo mi parlò di tante altre cose, comprese le cose che erano accadute in quel paese (che con gli zar si era chiamato Russia ma che ora si chiamava Unione Sovietica) quando, alla morte del Lenin raffigurato sulla spilletta, al suo posto era arrivato Stalin. Ed ogni volta che il maestro comunista - come mamma e papà - nominava Stalin, si fermava per qualche secondo… non lo stimava di certo, al contrario di nostro padre: riteneva che il suo arrivo avesse segnato l’inizio della fine di un tentativo storico. Io, all’epoca, molte di queste cose non le capivo: ma mi piaceva il suo modo gentile di farci conoscere i perché del suo essere comunista. Modi gentili molto diversi da quelli di mamma e papà, che invece rappresentavano un comunismo esprimente rabbia: a loro quello Stalin che il maestro definiva ‘l’inizio della fine’ piaceva molto.
Fu questo lo scenario in cui compii la scelta partigiana di dove collocarmi quando, a mò di tifo calcistico, nelle scuole medie mi ‘schieravo’ col Pci. In questa sorta di tifo gli schieramenti erano piuttosto netti: i figli dei lavoratori prevalentemente rurali tifavano Pci o Psi (tranne Antonio, il cui papà era della Dc perché lavorava alla forestale); i figli degli impiegati del Comune e degli insegnanti tifavano Dc (tranne Rosa, la figlia del medico, che tifava Pli, che non capivamo cosa fosse). Poi arrivarono le scuole superiori e proprio quel maestro mi chiese di cominciare a frequentare la sezione del Pci il cui segretario era Nicola Berlinguer.
Nella sezione – è inutile dirlo – il mio riferimento naturale era quel vecchio maestro, antistalinista convinto, ed è a lui che chiesi il mio primo commento su cosa stesse accadendo quando apprendemmo della notizia del muro.
Ovviamente davo per scontato che lui, da vecchio comunista antistalinista qual’era sempre stato, avrebbe accolto quella notizia con grande felicità. Fu quindi per me un vero shock scoprire che ben altri erano i sentimenti che in quel momento attraversavano i suoi pensieri. Lui capì e mi invitò a pranzo a casa sua.
Parlammo molto quel pomeriggio… parlammo della Bolognina, delle dichiarazioni di Occhetto sulla necessità di una uscita da sinistra… e parlammo di quello che significava ciò che stava accadendo.
Ricordo le mie accezioni alle sue parole; il mio insistere sul concetto di libertà. Lui mi fermò con un gesto della mano, poi mi chiese quale libertà stessero conquistando, in quel momento, tutte quelle persone che, sotto i riflettori delle televisioni di tutto il mondo, passavano da una parte all’altra di Berlino.
Dopo quel pranzo cominciai a osservare quello che tutte le televisioni trasmettevano quotidianamente con altri occhi… lì non si stava uscendo da sinistra dalle enormi criticità che pure avevano caratterizzato pesantemente il sistema dei socialismi reali… no, lì si stava determinando una sconfitta storica nei confronti di un sistema che, con tutti i suoi limiti e le sue criticità, aveva provato a dare vita ad un’alternativa al modello capitalistico che proprio nell’abbattimento materiale di quel muro manifestava la propria vittoria. Basta guardare oggi alle condizioni in cui, sempre più spesso, sono andati incontro quegli eserciti di disperati che in quel momento avevano conquistato la libertà di superare il muro.
Quella libertà in questi anni si è trasformata nella libertà della disperazione che ha accolto molti di loro all’interno del modello capitalistico trionfante e pago. Si è trasformato nell’esercito di badanti che lavorano, ventiquattro ore su ventiquattro per 500 euro al mese (quando va bene) e con il passaporto ‘sequestrato’ da bande di criminali senza rimorso alcuno; si è trasformato nelle vite di persone trasformate in non-persone (come ricordava qualche anno fa il filosofo Dal Lago) da quel permesso di soggiorno che, sempre in questa nostra famosa ‘società civile’ è diventata la discriminante della designazione di umano… si è trasformata nella libertà di morire nelle fabbriche e nei cantieri occidentali e, spesso, di liquidare l’intera questione con fascicoli intestati a ‘persona non identificata’.
Caro Gaetano, alla fine del tuo intervento e in modo secondo me provocatorio – chiedi a Simone se lui fosse scappato con te oppure si sarebbe opposto alla tua fuga. Non so cosa risponderebbe Simone, ma so quello che rispondo io: probabilmente ti avrei dato la mano e sarei scappato con te. Ma oggi non starei celebrando quell’evento come il trionfo della libertà, perché a Berlino, con la caduta di un muro che pure ho odiato come tutti i muri, a trionfare è stata la libertà di ristrutturazione e riorganizzazione del sistema capitalistico. Oggi non celebrerei quell’evento e, soprattutto, non lo farei rievocandolo sulla tessera di una organizzazione che lavora alla costruzione di un’alternativa al modello che quell’evento designa come ‘modello trionfante’.

* Comitato Regionale della Basilicata del Prc


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