sabato 28 novembre 2009

Le donne partigiane



- Mentre la guerra di liberazione volge al suo epilogo vittorioso, la nostra cronaca sarebbe incompleta se tacessimo della funzione avuta da una brigata che non combatté eppure partecipò a tutti i combattimenti, fu presente sempre, ovunque operò senza rumorosi spari, ma la sua azione fu altrettanto efficace e necessaria che quella delle armi più perfezionate: si tratta delle partigiane infermiere, staffette, informatrici.

La Resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne; la loro funzione è stata meno appariscente, ma non meno essenziale. Né vi è alcun confronto possibile con la partecipazione delle donne alle lotte del risorgimento e alle guerre per l'indipendenza nazionale. Si trattò allora, fatta eccezione per le giornate insurrezionali cittadine e delle rivolte popolari, di poche elette, di fulgidi esempi ma non di fenomeno di massa.

«Caratteristica fondamentale della resistenza femminile che fu uno degli elementi più vitali della guerra di liberazione è proprio questo suo carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dalla iniziativa spontanea di molte» (1).

I primi corrieri e informatori partigiani furono le donne. Inizialmente portavano assieme agli aiuti in viveri e indumenti le notizie da casa e le informazioni sui movimenti del nemico. Ben presto questo lavoro spontaneo venne organizzato, ed ogni distaccamento si creò le proprie staffette, che si specializzarono nel fare la spola tra i centri abitati e i comandi delle unità partigiane.

Le staffette costituirono un ingranaggio importante della complessa macchina dell'esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone. Delicato e duro, quasi sempre pericoloso era il loro lavoro; anche quando non attraversavano le linee durante il combattimento, sotto il fuoco del nemico, dovevano con materiale pericoloso, talvolta ingombrante, salire per le scoscese pendici dei monti, attraversare torrenti, percorrere centinaia di chilometri in bicicletta o in camion, spesso a piedi, non di rado sotto la pioggia e l'infuriare del vento. Pigiata in un treno, serrata tra le assi sconnesse di un carro bestiame, la staffetta trascorreva lunghe ore, costretta sovente a passare a notte ne e stazioni o in aperta campagna sfidando i pericoli dei bombardamenti e del tedesco in agguato.

Spesso dovevano precedere i fascisti che salivano, per avvertire in tempo i nostri, e talvolta restavano coinvolte nel rastrellamento. Dopo i combattimenti non sempre i partigiani in ritirata potevano trascinarsi dietro i colpiti gravemente. Se c'era un ferito da nascondere rimaneva la staffetta a vegliarlo, a prestargli le cure necessarie, a cercargli il medico, a organizzare il suo ricovero in clinica.
Non di rado, dopo la battaglia, la staffetta restava sul posto nel paese occupato, per conoscere le mosse del nemico e far pervenire le informazioni ai comandi partigiani. Durante le marce di trasferimento erano all'avanguardia: quando l'unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato, la staffetta per prima entrava in paese per sincerarsi se vi fossero forze nemiche e quante, se fosse possibile o meno alla colonna partigiana proseguire.
Durante le soste di pernottamento e di riposo le staffette andavano nell'abitato in cerca di viveri, di medicinali e di quant'altro occorreva. Infaticabili, sempre in moto notte e giorno per stabilire un collegamento, ricercare informazioni, portare un ordine, trasmettere una direttiva; spesso nella piccola busta che la staffetta nascondeva in seno vi era la salvezza, la vita o la morte di centinaia di uomini.

Numerose staffette caddero in combattimento o nell'adempimento delle loro pericolose missioni. Tra le altre: Giuseppina Canna a Premosello il 29 agosto del 1944, Erminia Casinghino a Varallo il 24 aprile del 1945, Ermelinda Cerruti a Feriolo di Baveno il 19 novembre 1944, Alda Genolle a Cavaglio d'Agogna il 4 aprile 1945, Rossana Re a Orio Mosso il 4 ottobre 1944, Cleonice Tommasetti a Fondotoce il 20 giugno 1944, Fiorina Gottico a Varallo Pombia il 26 aprile 1945, Veronica Ottone a Gravellona Toce il l° novembre 1944, Maria Mariotti il 16 maggio 1944 a Novara, Anna Rossetti il 22 febbraio 1945, Maria Luisa Minardi, Maria Ubezio.

Le formazioni valsesiane e dell'Ossola ebbero come principali collaboratrici e «staffette»: Teresa Mondini, addetta ai servizi di collegamento; le sorelle Dina, Lina e Tersilia Mambrini di Borgosesia; le sorelle Maria e Wanda Manfredi di Valduggia; le sorelle Wanda ed Emiliuccia Canna di Borgosesia; le sorelle Vitto, Jucci e Rosetta Caula di Varallo Sesia (infermiere ed anche combattenti); le sorelle Caterina, Angela e Maria Zanotti di Valduggia; la mamma di Angelo Zanotti e quella di Giacomino Barbaglia; Stellina Vecchio, del Comando generale delle brigate «Garibaldi»; la maestrina di Rimasco, Biancaneve di Boleto, la Mariuccia di Varallo Pombia, la Bianca di Montrigone, la Fina Rizzio e sua figlia Maria di Praveri, Maria Riolio di Lebbia, la Mariuccia di Cellio e Lilliana Fantini di Borgomanero, Maria Teresa di Maggiora, le figlie Rasario e la mamma Comoli di Raschetto, la Lina di Varallo Sesia e molte altre (2).
Particolarmente preziosa, inoltre, fu l'opera di Mariolina e Marcella Balconi, instancabili e coraggiose ispettrici sanitarie del Comando generale delle brigate Garibaldi.

Il comando garibaldino biellese si servì essenzialmente dell'opera di Lilliana Rossetti per il collegamento con il comando zona e col comando regionale; di Bianca Diodati, Vinca Berti, Anna Cinanni e Alba Ferrari per il collegamento con il Comando generale delle brigate «Garibaldi», che aveva sede a Milano; di Nella Zaninetti, Aurora Rossetti, Giovanna Vannucci, Teresina Comini, Rita Gallo, Nara Bertotti, Luisa Giacchini, Ughetta Bozzalla, Mercedes Falla, Bruna Giva, Maria Lastella, Eva Anselmetti, Bettina Zanotti, Ortensia Nicolò, Maddalena Curtis, Amata Casale, Silvia Berbero, Scintilla Robbioli, Maria Teresa Curnic, Alba Boschetto per i collegamenti con le diverse unità della V e della XII divisione, Lina Antonietti assicurava il collegamento con il CLN e le autorità cittadine. Va pure ricordata Caterina Negro, la vecchia «zia» dei partigiani, che malgrado la sua età avanzata non risparmiò energie per aiutare in ogni modo i patrioti che trovavano nella sua casa ospitale ristoro, collegamento e recapito. Alba Spina ed Ergenite Gili, tra le più attive e audaci, prestarono la loro opera prima nelle formazioni partigiane biellesi, e poi passarono a disposizione del comando militare regionale.

È impossibile citare e ricordare i nomi di tutte. Abbiamo avuto bisogno dell'aiuto di centinaia e centinaia di loro, della loro iniziativa, delle loro cure e del loro coraggio. Ai partigiani e ai combattenti sono state date delle medaglie, agli intriganti anche, alle donne della Resistenza poco o nulla. Ma coloro che le hanno conosciute porteranno sempre nei loro cuori il ricordo di ciò che sono state; alle staffette, alle infermiere, a tutte le donne partigiane va l'affetto imperituro dei garibaldini.


Note

1) A. Marchesini Gobetti, Donne piemontesi nella lotta di liberazione, Torino.

2) Chiediamo venia al gran numero di quelle pur valorose e meritevoli i cui nomi ci sono sfuggiti.

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da Secchia, Moscatelli, Il Monterosa è sceso a Milano, G. Einaudi Editore, Torino, 1958, pp.. 603-607
trascrizione e conversione in html a cura del CCDP



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