sabato 28 novembre 2009

Agnoletto: Federazione? Dopo i disastri il primo atto di unità.



di Cosimo Rossi (Liberazione del 28/11/2009)

Costruire “un progetto culturalmente, organizzativamente e politicamente autonomo dal Pd”, ma “sempre partendo dal fatto che uno strumento politico che si guardi allo specchio è semplicemente inutile”. Con queste due discriminanti Vittorio Agnoletto, ex eurodeputato di Sinistra europea, vede nel battesimo della Federazione di sinistra del 5 dicembre una novità non da poco, in quanto è “la prima inversione di tendenza dopo oltre un anno di scissioni e litigi a sinistra”.

Il dubbio, però, è se esiste ancora una base politica di sinistra pronta a rimettersi in cammino…
Pare inverosimile, ma con la nascita della federazione della sinistra, il 5 dicembre è la prima volta che si capovolge il corso delle cose e si avvia un percorso unitario. A maggior ragione l’avvio di questo percorso è più consapevole e responsabile, in quanto fa tesoro dei disastri compiuti dalla sinistra negli ultimi anni, perciò propone una federazione in cui diverse identità e percorsi non vengono cancellati e ridotti a uno, ma si lavora a un cantiere unitario fondato sul riconoscimento della pari dignità e delle diverse storie. Un ulteriore motivo di far tesoro del passato sta nel realizzare un’opera aperta, e che rimane tale fino in fondo. Anche far trascorrere un intero anno prima di un vero congresso della federazione è inteso a consentire l’aggregazione di quanti altri vorranno e fino all’ultimo con pari dignità. Quindi non c’è prendere o lasciare da parte di nessuno e verso nessuno: è una cosa, una casa da costruire insieme o che neanche s’incomincia.

A costo d’essere insultanti, non rischia però di diventare una casa di riposo dove un notabilato politico s’intrattiene con liturgie e giochi di ruolo trapassati? Non rischia di rimanere disabitata perché il popolo di sinistra non c’è più, non è interessato o non confida nella classe politica e le sue costruzioni?
La sinistra esiste ancora, diffusa e pure vasta. Io viaggio e ho occasione di vederla, riconoscerla, incontrarla nei luoghi e i modi più disparati. Vero è che la incontri soprattutto intorno a vertenze specifiche. E soprattutto che essa si vive come differente e distante dalle organizzazioni e le rappresentanze politiche.

Cioè che la frattura tra popolo e politica a sinistra c’è e rimane insanata. Com’è stata provocata e come si risolve?
Lo spartiacque, ormai lo abbiamo detto mille volte, è Genova. Ritrovare la sinistra intorno a questioni specifiche significa che oggi molti sono tornati a indossare gli abiti precedenti Genova. A Genova avevamo invece individuato un denominatore comune e lo avevamo trasformato in una grandissima istanza politica: in progetto e persino in pratiche. Quella domanda poi è rimasta drammaticamente inevasa, ma la sinistra c’è. E allora la proposta della federazione dev’essere intesa a ricoinvolgere questa sinistra diffusa. Sapendo che oggi non c’è nessuna corsa all’appartenenza o all’identità, sapendo che la sinistra la incontrerai solo nella prassi, nei conflitti, nei progetti: davanti ai luoghi i lavoro dove si combattono i licenziamenti, davanti agli acquedotti dove si rivendica un bene comune, davanti alle scuole e le università dove si difende il sapere pubblico, davanti ai Cpt dove si difende lo stato di diritto, insieme ai comitati contro il nucleare e per la difesa del territorio. Saranno il simbolismo e la condivisione delle lotte a restituire credibilità al progetto: quindi alla sinistra e alla federazione. Cercando la più ampia unità con tutti quanti si collocano alla sinistra del Pd. Con una discriminante, però…

Quale?
Quella che intendiamo realizzare un progetto culturalmente, organizzativamente e politicamente autonomo dal Pd. Penso che in quanto a politiche economiche e sociali il Pd e il Pdl siano pericolosamente contigui, sia in Italia che in Europa. Poi possono esservi passaggi tattici, a livello locale, per contrastare la destra: questo lo si valuta in loco. Ma non penso che si possa costruire un’alternativa insieme al Pd a meno di rimanere subalterni.

La negazione, però, è l’altra faccia della subalternità…
E’ evidente non possiamo ignorare l’esistenza del Pd all’opposizione. Ma occorrono rapporti di forza totalmente differenti da quelli attuali e occorre far presente che ci poniamo culturalmente fuori dallo schema bipolare, che non siamo riducibili dentro un polo. Anzi. La disponibilità a percorsi unitari deve partire dal fatto che oggi a sinistra ci sono grande smarrimento e sconcerto: in Sl, nell’ambientalismo, nel socialismo. Sono convinto che molti non intendano entrare nel Pd né starne al rimorchio. E non mi riferisco ai dirigenti, ma al popolo.

Quanto a sbandamento, ce n’è anche nel Prc e nel Pdci: uno sbandamento che tende a vedere e pesare tutto con la lente e la bilancia interne…
Assolutamente sì. Ci vorrebbe scatto in avanti; insieme verso l’alto, il basso e in fuori; uno scatto che si produce solo studiando e proponendo le risposte necessarie al paese anziché agli equilibri interni o di schieramento. Avendo la consapevolezza che stiamo costruendo un progetto che ha tempi lunghi, dal momento che le appartenenze politiche sono dissolte, e che deve avere come sfondo almeno la dimensione Europea. Sempre partendo dal fatto che uno strumento politico che si guarda allo specchio è semplicemente inutile.

Tra il battesimo della Fed di sinistra al mattino e il No B day del pomeriggio c’è una continuità politica? E di che tipo?
E’ una prova generale dell’altra opposizione rispetto all’inanità del Pd. Il giorno di una ripresa politica e culturale.

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